domenica 22 marzo 2015

Aci e Galatea




La leggenda che narra dell'amore tra Aci e Galatea testimonia l'esuberante ricchezza di sentimenti, la fantasia e la passione del popolo siciliano. 
Galatea (nome che deriva dal colore candido, latteo della sua pelle), figlia della divinità marina Nereo, è innamorata del pastorello Aci, figlio della ninfa Simeta e del dio Pan, signore dei boschi. Aci se ne sta tutto il giorno a pascolare le sue greggi tra i boschi dell'Etna, amoreggiando con la bella Galatea. L'idillio amoroso tra i due viene però drammaticamente interrotto dal ciclope Polifemo. Polifemo è a sua volta innamorato di Galatea e la vuole tutta per sè. Accecato dalla gelosia, quando si vede rifiutato da Galatea, decide di sfogare la sua ira sul povero Aci. Così lo insegue lanciandogli addosso enormi sassi fino a colpirlo a morte. Quando Galatea ritrova il corpo di Aci in una pozza di sangue inizia a piangere disperatamente. Le lacrime copiose si mescolano al sangue e creano un fiume che scorrerà verso il mare a simboleggiare l'eterno e puro legame tra Aci e Galatea. Si dice che nella zona di Capo Mulini sgorghi ancora oggi una pozza d'acqua rossastra.

Da questa leggenda derivano i toponimi dei numerosi borghi situati lungo la "Riviera dei Ciclopi" (Acireale, Aci Castello, Acitrezza, etc.).


mercoledì 18 marzo 2015

Lu Mungibeddu

Il nome Mungibeddu (Mongibello), con cui i siciliani si riferiscono all'Etna, deriva dall'arabo Gebel che significa montagna. Quindi l'Etna è il "Monte-Montagna", il monte per eccellenza.

Lu munti di lu munti è Mungibeddu:
la cima tocca lu celu stillatu,
e quantu spinci supra lu liveddu
tantu scinni sutt'acqua smisuratu.

Antica poesia popolare

lunedì 9 febbraio 2015

Etna e Tifeo

L'Etna nevosa, pilastro del cielo, 
nutrice dell'acuto inverno perenne
lo domina. Dal profondo sgorgano
purissime sorgenti di fuoco inaccessibile,
fiumi nel giorno che portano
flusso di fumo acceso, e la notte 
la fiamma rossa travolge pietre fragorose
verso la piana d'un profondo mare.
Queste immani fontane di fuoco suscita il drago.
Prodigio che stupisce chi lo vede,
e stupisce il racconto di chi lo vive.
Lo imprigionano il suolo e le vette dell'Etna nere di selva;
la giacitura irta strazia il dorso supino.


Pindaro, Pitiche, I, versi 36-53

La tradizione mitologica vuole che il vulcano Etna ricopra il terribile gigante Tifeo. Nello scontro tra Zeus e Tifeo, gigante dalle cento teste che sputa fuoco, quando Tifeo, che rappresenta il male, sembra aver sconfitto Zeus, il bene, la ninfa Aetna (figlia di Urano e Gea) vola addosso a Tifeo e lo seppellisce con il suo corpo, spingendolo sempre più verso la terra fino a farlo sprofondare. Quando Tifeo si infuria l'Etna sputa fuoco e la terra trema. Così credevano gli antichi abitanti della Sicilia,  giustificando i fenomeni naturali delle eruzioni vulcaniche e dei terremoti.

martedì 3 febbraio 2015

La Sicilia di Bufalino

"Bisognerebbe volarci sopra, sull'isola, e abbracciarla con una sola veduta nel prisma intero dei suoi colori: il bruno delle montagne, il grigioferro delle sciare, il color del vino del mare, il giallo delle sabbie, l'insolente azzurro del cielo, il verde cupo dei castagni, il verde argento degli ulivi, il verde oro della Conca d'Oro...E ancora l'arcobaleno dei fiori, il biondo delle chiese e del grano, il candore dell cave e delle saline, il bianco-polvere delle trazzere...Bisognerebbe, volando a una quota minore, assecondarne studiosamente il profilo: l'alternanza di rilievi e di vallate, di splendori, ombre e foschie...Il gioco alterno di rientranze e sporgenze, di rive, scogli e speroni...Le geometrie disegnate dall'aratro sulle colline, dal vento sulle dune, dall'onda sugli arenili; contare la manciata di isolotti minori sparsa a piene pugna ai suoi fianchi da un Ciclope seminatore; spiare dall'alto infine le inerzie e i moti di quei minimi, incalcolabili puntini neri: i mulattieri che si arrampicano sotto il sole lungo i tornanti..."

Gesualdo Bufalino,  Saldi d'autunno

venerdì 30 gennaio 2015

L'Isola bella

Il viaggio in Sicilia è un viaggio d'amore. E' un viaggio nella poesia dei suoi paesaggi, nelle rime dei suoi fiumi, nella accogliente generosità della terra e nella irriverente audacia del mare, nel mistero dei luoghi nascosti allo sguardo...Il viaggio in Sicilia è un viaggio nella Bellezza.


Sai tu l'isola bella, a le cui rive
manda Jonio i fragranti ultimi baci,
nel cui sereno mar Galatea Vive
e sui monti Aci?
Amor fremono, amore, e colli e prati
quando la Ennea dai raddolciti inferni
torna col fior dei solchi a i lacrimati
occhi materni.
Amore, amor, sussurran l'acque, e Alfeo
chiama nei verdi talami Aretusa
ai noti amplessi, ed al concento acheo
l'itala musa.

G. Carducci, Primavere Elleniche

giovedì 29 gennaio 2015

Vènicci a Schisò...

Naxos-Schisò con l'Etna sullo sfondo
Foto tratta dalla pagina Facebook "Il giornalino di Schisò"


"Quannu jù moru vènicci a Schisò 
nta na notti d'austu comu a chista,
ca li schiggi allimati di l'ojetra
a la luna cci perciunu lu cori.
Lu mari agghica di luntanu e sbroma 
rèpiti longhi d'amanti ammucciati
sutta linzoli d'àlichi di sita
e mentri l'ascutamu, ahiahi,
lu pedis'affunna nta la rina
e non putemu cchiù fujiri e pir chistu n'abbrazzamu,
ni strincemu, mpazzuti, ni mplicamu,
stanchi ni pircantamu nta la ribba
a 'scutari la storia di lu mari.
E lampari ca scociunu tunnina.

Quannu jù moru venicci a Schisò
nta na notti d'austu comu a chista,
jisa la canna e attizzacci la vita
nta l'occhiu a lu palàmitu firutu
ca sbattulìa supra la ribba giarna
e ribbugghi di sancu la scumazza.
E lampari ca scociunu tunnina.

Quannu jù moru venicci a Schisò
nta na notti d'austu comu a chista
a chianciri lu chiantu di li stiddi
ca tummanu nta l'acqua arrisagghiata
a nova spirlucenza, allaricannusi,
macchia d'oghiu assajata di cardùbbuli.
E lampari ca scociunu tunnina.

Sulu nta la pupidda to gilestri
la Puddara è mimoria di lu celu!
Quannu jù moru venicci a Schisò
nta na notti d'austu comu a chista,
a sparmari la trizza sutta un ramu
di calìppisu, a sentiri la vuci
nostra ca mpiducchiata nta li fogghi
tesci fulinia spana di silenziu
ca si sciogghi a riciatu di gricali.
E lampari ca scociunu tunnina.

Quannu jú moru venicci a Schisò
nta na notti d'austu comu a chista
ca ntra lu scàtti di lu manzijornu
a ntunari la brogna nta la vampa
di lu suli mirìu.
Ricogghi tutti li pisci di lu mari pi cuntaricci
tra na risata e n'autra la storia
di ddu pazzu d'amanti, c'ogni sira
a ribba di lu mari di Schisò,
abbrazzatu cu tia, o Jàjita Azzola,
cuntava stiddi e peni, peni e stiddi."




mercoledì 28 gennaio 2015

"LI GUAI RI LU LINU"

Iu patirria li guai ri lu linu,
tagghiatu tuttu, poi stisu a lu chianu,
poi mazziatu e fattu finu finu,
senza chi ni ristassi nu filu sanu,
poi fattu matapolla e musulinu,
poi fazzuletti pri li vostri mani:
d'accussì sulu vi staria vicinu
e no ca v'è guardari di luntanu!

Nino Martoglio, Centona, "Tidda"

Le parole d'amore del poeta e commediografo siciliano Nino Martoglio riassumono con poetica efficacia le "sofferenze" che il lino doveva affrontare nelle varie fasi della sua lavorazione.
In Sicilia il lino veniva seminato nel tardo autunno. Quando fioriva, in primavera, i campi si tingevano d'azzurro "come laghi bellissimi dove si specchiava il cielo più terso". Dopo aver raggiunto la maturazione, gli steli venivano strappati dalla terra, riuniti in fasci e fatti essiccare al sole. Seguiva poi la fase della sgranellatura, nella quale gli steli venivano separati dai semi battendoli su una lastra di marmo (na bbalata) con una mazza di legno ( u mazzuocculu). Privati dei semi gli steli venivano posti a macerare nei nachi (dall'arabo naq'a(h), culla), fosse ricavate lungo il greto delle fiumare, in cui l'acqua era stagnante o fatta scorrere a lento regime. La macerazione, che durava tra gli otto e i dieci giorni, serviva a favorire la fermentazione e la decomposizione delle sostanze peptiche e la liberazione delle fibre. I fasci di lino venivano poi sottoposti alla gramolatura, alla pettinatura e alla scotolatura. Alla fine di tutti questi "sbattimenti" si ricavava un fascio di fibre lunghe e sottili che veniva annodato a formare una matassa dalla quale il lino veniva filato per la tessitura dalle donne più anziane ed esperte.

Tratto da "Alla ricerca delle radici, Enzo Romano, Armando Siciliano Ed., Messina 1999 






venerdì 7 novembre 2014

"Compagni di Cammino" in Sicilia

Il 16 Novembre sbarca in Sicilia la Compagnia dei Cammini. Dopo l'incontro con il Sindaco pacifista di Messina, Renato Accorinti , è prevista una camminata collettiva che avrà come punto di partenza Sant'alfio Catanese, presso la "Casa di paglia-Felcerossa", e si concluderà a Monforte San Giorgio nel messinese. L'evento, aperto a tutti, si svolgerà in otto tappe e attraverserà gran parte del territorio dei Monti Peloritani. Le 15 guide, in compagnia di quattro ciuchini e di tutti coloro che vorranno condividere questo cammino,  incontreranno le realtà più virtuose e "pulite" della Sicilia Nord-Orientale. Parteciperanno attivamente l’Arcipelago Siqillyah, e la rete dell’economia solidale dell’isola,   il progetto Lo faccio bene Cinefestival,  L’Italia che cambia; l’associazione Libera; gli Amici del Fortino di Messina. Alla fine di ogni giornata, verrà proiettato un documentario del progetto Lo Faccio Bene Cinefestival.
Un'ottima occasione per incontrare la Sicilia che conta davvero!


lunedì 3 novembre 2014

VieWWOOF Sicilia



Lo scorso 26 Ottobre, anche in Sicilia, ha preso ufficialmente il via il progetto VieWWOOF. Il progetto, che rientra nella più ampia iniziativa "Ammappalitalia", ideata e realizzata da Marco Saverio Loperfido, fa capo all'associazione WWOOF Italia e si propone di individuare e mappare percorsi naturalistici, o di particolare valore storico-antropologico, al fine di collegare tra loro le fattorie associate presenti sul territorio italiano. Si tratta di vie da percorrere a piedi, in bici o in compagnia di animali, riscoprendo un  viaggiare lento, quasi meditativo, in armonia con l'ambiente naturale che si attraversa. Un modo dolce e più autentico di vivere paesaggi agrari e storie di quell'Italia forse meno conosciuta ma che mantiene inalterato il suo fascino. VieWWOOF è inoltre un'ottima occasione per entrare in contatto con le fattorie biologiche e conoscerne le realtà produttive.

"Camminare vuol dire coltivare il territorio"

In Sicilia la prima ViaWWOOF si snoda lungo la Valle del Simeto, nel territorio di Paternò, in Provincia di Catania. Il percorso mappato collega la fattoria "La casa delle Acque" con la "Masseria San Marco", realtà attive  nella pratica e diffusione dell'agricoltura biologica ma che propongono anche ospitalità, incontri didattici e laboratori di educazione naturalistica e agro-ambientale. La Via segue per buona parte un sentiero lungo il greto del fiume Simeto e si allaccia, poi, alla antica "Via dei Mulini". Tutto il territorio circostante è infatti percorso da numerose saie (piccoli ruscelli) che un tempo animavano le ruote dei mulini. Lungo il percorso si possono inoltre osservare le Salinelle, fenomeni vulcanici di natura secondaria che si originano dalla risalita delle acque. Nelle vicinanze sono presenti i resti dell'antico ponte romano di Pietralunga, sito nell'omonima contrada.

Qui è possibile visionare il percorso con la relativa descrizione e traccia gps. 

venerdì 17 agosto 2012

La Carlina "Mmazzacugghiuna"

Il simpatico nome popolare siciliano di questa pianta ('mmazzacugghiuna) deriva dal fatto che l'infiorescenza spinosa coincide con l'altezza del cavallo dei pantaloni. Così, quando ancora i contadini si piegavano per zappare i loro campi, capitava molto spesso che venissero punti nelle parti intime da questa pianta spinosa e impertinente. Il nome scientifico è Carlina Acaulis della famiglia delle Compositae e si tratta di una piantina molto comune in montagna , sui prativi secchi e sui luoghi petrosi. In antichità era molto famosa per la presunta attribuzione di aver guarito Carlo Magno. Oggi non viene più usata in erboristeria ma, durante l'estate e sempre rispettando molti esemplari, si possono raccogliere i giovani  capolini fioriti che, privati dei fiori e delle brattee, si possono mangiare preparati alla stregua dei carciofi. La Carlina è inoltre famosa per le sue proprietà di rudimentale igrometro, da cui le deriva anche il nome di "Segnatempo". I capolini sono infatti molto sensibili all'umidità e si raggrinzano "a palla" quando sono umidi e si distendono di nuovo una volta secchi.

domenica 22 luglio 2012

Piante e fiori di Sicilia: L' Arvulu Cacciadiavuli

Negli articoli che seguiranno ho deciso di dedicare uno spazio alle piante "tipiche" della Sicilia. Descriverò così alcune delle piante spontanee, alberi o fiori che crescono sul territorio siciliano indicandone ubicazione, caratteristiche, proprietà  e curiosità sui loro nomi o vicissitudini. Mi piacerebbe che  questa rubrica, come il resto del blog, fosse uno "spazio condiviso" in cui ognuno possa, attraverso i commenti, condividere esperienze, aneddoti, o racconti personali in merito alle piante descritte. 

Apro questo nuovo spazio con un post sull' Abete dei Nebrodi, albero bellissimo ma che purtroppo rischia l'estinzione. 
Si tratta di una tipologia di abete risalente probabilmente al periodo Terziario e discendente dall'abete bianco. I pochissimi elementi sopravvissuti si trovano sulla catena montuosa delle Madonie tra i 1000 e i 1500 metri. Il nome popolare siciliano (Arvulu Cacciadiavuli) deriva dalla tradizione cristiana per l'uso che San Filippo d'Agira (piccolo comune in provincia di Enna) ne faceva per "cacciare" via il demonio dai corpi dei fedeli. Altri nomi popolari con cui è conosciuto sono "Arvulu di San Filippu" o "Arvulu cruci-cruci".

martedì 22 maggio 2012

Riserva Naturale Orientata Monte San Calogero (Monte Cronio)

"La riserva naturale orientata Monte San Calogero si sviluppa intorno all'omonimo monte, detto anche Monte Kronio, perchè la leggenda racconta che questo era il luogo della dimora del dio Crono, padre di Giove. La riserva ha un'estensione di 50 Ha, ed è tipologicamente individuata come riserva naturale integrata, al fine di proteggere il complesso ipogeo costituito da cinque grotte principali: stufe di San Calogero, grotta del Lebbroso, grotta di Mastro, grotta Gallo e grotta Cucchiara avente un labirinto aspirante.
Alcune di queste grotte sono state abitate dal 6000 al 2000 a.C., periodo in cui un movimento tellurico aprì un collegamento tra un vulcano secondario sottostante e l'interno delle grotte, creando una circolazione di aria e vapori caldi che ne determinarono il totale abbandono.

La grotta delle stufe vaporose è comunemente chiamata Antro di Dedalo, perchè, all'interno, per beneficiare meglio delle proprietà curative dei vapori termali, furono costruite delle sedute scavate sulla viva roccia. L'attribuzione dell'opera è stata da sempre attribuita a Dedalo, famoso architetto cretese del III millennio a.C."
Tratto da Itinerari ambientali e naturalistici della Provincia di Agrigento.



La riserva è situata all'interno del territorio del comune di Sciacca, a pochi chilometri dal centro abitato. Proveniendo da Palermo è raggiungibile percorrendo la Strada Statale 624 (Palermo-Sciacca). 


giovedì 17 maggio 2012

Parco dei Nebrodi: panoramica

Ciao a tutti! Riprendo a pubblicare, dopo lunghissimo tempo, proponendovi un video con una panoramica su alcune delle splendide risorse ambientali e culturali del Parco dei Nebrodi:


Vi propongo, inoltre, una cartina con alcuni itinerari che potrete percorrere all'interno del parco.


Per informazioni più dettagliate vi rimando al sito ufficiale del parco: http://www.parcodeinebrodi.it/?idp=1, da cui sono tratti sia il video che la cartina.

lunedì 22 agosto 2011

Miti: Poseidone

Il culto di Poseidone è collegato alle più antiche notizie della storia mitica della Sicilia. Il dio del mare veniva infatti considerato padre di Trinaco, il più antico re dell'isola, di Polifemo e di Erice. Si narra, inoltre, che, per delineare i confini fisici del regno del figlio di Eolo, re dei Siculi, con il suo tridente il Nettuno separò la Sicilia dalla terraferma, creando così lo Stretto di Messina. Il culto di Poseidone in Sicilia prese il via da Siracusa, dove venne importato dalla madre patria Corinto, e dove veniva invocato nei giuramenti accanto a Zeus Olimpio. Il culto si diffuse poi in Selinunte, dove si credeva che lo stesso Selinos fosse figlio del dio marino, ma soprattutto a Messina. Qui sorgevano ben tre templi dedicati a lui. Il primo era situato nei pressi di Capo Peloro, tra i due laghi di Ganzirri, le cui colonne in marmo, si dice, vennero utilizzate per la costruzione della cattedrale di Messina. Un secondo si trovava nel centro della città, dove attualmente sorge la chiesa dei Catalani, ed il terzo sulla vetta del monte di Dinnammare. I monti che circondano la zona di Messina venivano inoltre detti “Nettuni” (oggi i monti Peloritani), e qui il culto di Poseidone durò molto a lungo, come testimoniano i denari di Sesto Pompeo in cui da un lato si vede il faro di Messina, su cui sta Nettuno, e dall'altro il mostro Scilla. Del resto, tuttora a Messina, lungo la marina, si può osservare una splendida fontana monumentale, dedicata a Nettuno, e realizzata da Giovannangelo Montorsoli, in stile michelangiolesco, nel 1557. Originariamente la fontana si trovava di fronte alla Palazzata, al porto, con la statua del Nettuno rivolta con le spalle al mare a benedire la città di Messina. Altre due opere realizzate dal Montorsoli in città furono la fonte di Orione, collocata in Piazza Duomo, e la lanterna posta nella zona di San Ranieri.

venerdì 19 agosto 2011

Isole Egadi: Marettimo


L'arcipelago delle isole Egadi, dal latino Aegates, è situato nella zona occidentale della Sicilia, di fronte al tratto di costa che si estende tra Trapani e Marsala. Tra le tre isole maggiori (Favignana e Levanzo le altre), Marettimo è la più lontana dalla costa. Ci si arriva dopo circa un'ora di aliscafo, partendo da Trapani. Da subito Marettimo accoglie il viaggiatore con tutto il suo splendore. I raggi solari proiettati sul verde-azzurro del mare generano infiniti riflessi quasi ipnotici. Sull'isola è presente un unico abitato e si circola solo a piedi o in bicicletta. Per chi vuole trovare natura, silenzio e relax Marettimo è il luogo ideale. E' la sua stessa aspra natura che la difende dall'assalto del turismo di massa. Così, molte sono le occasioni che l'isola offre agli amanti delle escursioni per scoprire il suo ricco patrimonio naturale. Un percorso interessante è quello che prende il via dalla parte finale dell'abitato, subito dopo lo Scalo Vecchio, e conduce a Punta Troia e al suo castello, una fortezza costruita dai Saraceni in cima a un dirupo e terminata poi dagli Spagnoli nel Seicento. Si tratta di un cammino di circa due ore tra ricca vegetazione, paesaggi sconfinati e tratti di costa a dirupo sul mare. All'arrivo, la “fatica” compiuta sarà ampiamente ricompensata da un rigenerante bagno nelle limpide acque della baia di Punta Troia. Per chi conserva ancora un po' energia e voglia di camminare, c'è la possibilità di arrivare al castello con un percorso di circa un quarto d'ora. Da quassù si può osservare in lontananza l'abitato di Marettimo con la sua tipica forma a stella.
L'isola è molto affascinante anche se esplorata dal mare. Attraverso le numerose escursioni in barca è infatti possibile visitare le molte grotte e insenature, all'interno delle quali ci si può soffermare e fare il bagno.
Il clima è gradevole tutto l'anno, con inverni molto miti ed estati lunghe e calde.

lunedì 8 agosto 2011

Sentiero natura "Gurne dell'Alcantara"


Il sentiero "Le gurne dell'Alcantara" si snoda all'interno del Parco fluviale dell'Alcantara (dall'arabo Al qantar, il ponte), nel territorio di Francavilla di Sicilia. Il percorso è di tipo circolare, prende il via dal centro abitato di Francavilla e si svolge ai piedi delle rovine dell'antico castello, edificato dai Normanni tra il 1100 e il 1200. Le Gurne sono piccoli laghetti di forma circolare creati dall'azione erosiva del fiume sulle colate laviche dell'Etna. Il sentiero rappresenta un vero e proprio viaggio all'interno della natura, della storia e delle tradizioni culturali della valle dell'Alcantara. Oltre ai ruderi del castello si possono infatti osservare gli scavi archeologici di un'antica città greca, le saje (canali utilizzati per irrigare i terreni circostanti) di derivazione araba, e i resti dell'antico mulino "Ciappa", che già nel 1896 forniva energia idroelettrica ai comuni di Francavilla e Castiglione. Ma è sicuramente la natura a farla da padrone, tra il blu dell'acqua, il nero delle pietre laviche e il verde delle lussureggiante vegetazione che circonda le gurne, con esemplari di pioppi, salici, roverelle e oleandri. Tra la fauna è possibile incontrare esemplari di volpi, martore, donnole, istrici, ghiri, carpe e più di un centinaio di specie di uccelli.
Il percorso garantisce una buona accessibilità a disabili e non vedenti, ed è facilmente percorribile anche dai bambini.

Come arrivare
Percorrendo l'autostrada A18 Messina-Catania uscire allo svincolo di Giardini Naxos e prendere la Strada Statale 185 fino all'abitato di Francavilla di Sicilia.

domenica 7 agosto 2011

La Vara di Messina

La Vara è una rappresentazione religioso-popolare che viene messa in scena a Messina il 15 di Agosto, giorno dell'assunzione della vergine Maria. L'origine di questa "machina" devozionale risale probabilmente al 1535, anno in cui il senato messinese decreta la costruzione di un carro trionfale per celebrare l'entrata di Carlo V a Messina, reduce dalle vittorie di Tunisi e La goletta contro il re d'Algeri. In seguito la macchina iniziò a rappresentare l'assunzione della Vergine. Oggi, infatti, la Vara rappresenta la sceneggiatura dell'Assunzione dell'anima della Vergine in cielo, mediante un complesso apparato sviluppato a piramide e mosso da diverse figurazioni, un tempo viventi. La struttura è alta circa 15 metri e pesa otto tonnellate. Partendo dalla base del "cippo", il basamento sul quale viene rappresentata la morte di Maria, salendo, sono raffigurati i "sette cieli", (il Paradiso), che l'anima della Madonna attraversa nella sua ascensione. Così, secondo la concezione tolemaica dell'universo, troviamo la Terra al centro, con il Sole, la Luna e i pianeti che ruotano intorno ad essa; il globo terracqueo con le stelle fisse e al vertice della struttura Cristo che con la mano destra solleva l'anima della Vergine verso il cielo. Il pomeriggio del 15 agosto la Vara viene trascinata sull'asfalto, appositamente bagnato per consentire lo scivolamento dell'imponente "macchina" su pattini d'acciaio, lungo un percorso che prende il via da Piazza Castronovo, segue via Garibaldi, via I Settembre e culmina nella piazza della Cattedrale. Dopo lo sparo di mortaretti, il capo vara, dall'alto del cippo, dà il segnale di partenza agli oltre mille tra tiratori e capi corda, in costume bianco e fascia azzurra. Al grido di "Viva Maria" la Vara viene trainata, tramite due lunghe funi, le gomene, sotto la guida di più di cinquanta timonieri e vogatori che, facendo leva su lunghe stanghe di legno, danno al carro la giusta traiettoria, impedendo spostamenti laterali. Al termine della cerimonia, secondo un'antica usanza, tiratori e timonieri si dividono i fiori che addobbano la Vara e le due gomene tagliate in piccoli pezzi.

Programma completo delle manifestazioni del Ferragosto messinese.

sabato 6 agosto 2011

Mata e Grifone, i giganti fondatori di Messina

Durante il periodo di Ferragosto la città di Messina vede la messa in scena di varie rappresentazioni legate al mito o alla tradizione popolare. Una di queste è la passeggiata dei "giganti" Mata e Grifone, mitici progenitori dei cittadini messinesi. La leggenda narra che a Messina, nel villaggio di Camaro, viveva una bella e austera fanciulla dalla grande fede cristiana di nome Marta, che in dialetto si trasforma in Mata. Intorno al 970 d. C. la città di Messina sarebbe stata invasa dal guerriero saraceno Hassan Ibn-Hammar, il quale, dopo aver incontrato la bella Mata, se ne innamorò e le chiese di sposarlo. In seguito al rifiuto della fanciulla, il gigante moro decise di rapirla, con la speranza di convincerla. Alla fine il moro, per ottenere l'amore di Mata, si convertì al cristianesimo e cambiò il suo nome in Grifone, riuscendo così ad ottenere il consenso dell'amata. La tradizione tramanda che la coppia di giganti furono i fondatori della città di Messina.

Il corteo dei "giganti" si svolge quest'anno diviso in tre giornate. Il giorno 10, Mata e Grifone, accompagnati da gruppi folkloristici, verrano trasferiti dal deposito di Via Catania alla piazza del villaggio Camaro, dove in serata si terranno spettacoli di danze e canti siciliani. Sabato 13, alle 18:30, le due statue, accompagnate da carretti siciliani e gruppi folkloristici, arriverranno a piazza Unione Europea, di fronte al municipio. Infine, il 14 i giganti compiranno un'ultima passeggiata verso piazza Castronovo, incontrando così la Vara, e tornando a piazza Unione Europea intorno alle 23:40.

Programma dettagliato degli eventi del ferragosto messinese.

Isole Eolie: Panarea

Cala Junco
Panarea è sicuramente conosciuta come la più "vip" delle isole eolie. Ma Panarea non è solo divertimento, feste e serate mondane. Percorrendo i molti sentieri, ben realizzati e segnalati dal CAI, si può riscoprire un'altra anima di questa allegra e vivace isola, un'anima ricca di storia, cultura e tradizione, oltre che di paesaggi naturali mozzafiato. Percorrendo le stradine che partono da San Pietro, borgo centrale e porto dell'isola, e seguendo la costa, si possono così raggiungere i resti dell'antico villaggio preistorico, situato sul promontorio di Punta Milazzese, e risalente all'età del bronzo. Da qui si ha una splendida vista panoramica delle due isole di Lipari e Vulcano, e della sottostante Cala Junco, baia naturale di straordinaria bellezza, dove non bisogna perdere l'occasione di tuffarsi nelle sue acque turchesi e cristalline. Prima di giungere a Cala Junco si attraversa anche Cala degli Zimmari, unica spiaggia sabbiosa dell'isola e sempre molto affollata. Inoltrandosi invece verso l'interno si può riscoprire l'antica civiltà contadina di Panarea, fino a raggiungere Punta Corvo, punto più alto dell'isola con i suoi 421 metri.  


Cala degli Zimmari

lunedì 1 agosto 2011

"A Truvatura" di Monte Scuderi

La Truvatura è una leggenda che interessa uno dei luoghi naturali più misteriosi e affascinanti della provincia di Messina: Monte Scuderi. Si narra infatti che una giovane principessa, figlia del sovrano che abitava il monte, fu messa dal padre a guardia del suo tesoro, costituito da tre casse ricolme di monete d’oro, di argento e di rame, e dopo aver subito un incantesimo fu costretta a vegliare su di esso per l’eternità. Per entrare in possesso del tesoro bisognerebbe rispettare una serie di rigide condizioni. Innanzitutto la comitiva deve prevedere la presenza almeno di un prete e di una giovane vergine. In secondo luogo bisogna tessere una tela e ricavarne un tovagliolo. Su questo dovranno poi essere mangiati i pesci pescati nel mare di Alì e portati sul monte ancora vivi. Tutte queste operazioni devono essere compiute nella stessa notte, prima che sorga il sole. Una volta finito di mangiare i pesci, bisognerà entrare nella grotta dove si trova il tesoro e in fondo alla quale si incontrerà un gigantesco serpente. I cercatori della truvatura, che verranno avvolti uno per uno dalle spire del serpente e leccati sul viso, non dovranno dimostrare alcuna paura o disgusto, né invocare i santi. Se infatti manifesteranno il minimo timore verranno scagliati lontano e tutto sarà perduto. Superata questa prova comparirà la principessa custode del tesoro e il sacerdote che fa parte del gruppo dovrà leggere delle speciali liturgie per spezzare l’incantesimo. Se le formule saranno corrette il tesoro apparirà al di là di un lago percorso da ondate gigantesche. La vergine del gruppo dovrà allora condurre, con una barchetta, i membri del gruppo, uno alla volta, dall’altro lato. Raggiunta l’altra sponda del lago il gruppo verrà assalito da u enorme cavallo. A questo punto si dovrà contare tredici volte fino a tredici restando uniti e senza avere timore. Solo così l’incantesimo sarà spezzato e i cercatori potranno raggiungere il tesoro. Le motivazioni storiche che possono aver dato origine alla leggenda della truvatura sono essenzialmente tre. L’ipotesi più concreta è legata alla diffusa presenza di filoni metalliferi nei Peloritani ed in particolare nel territorio circostante il monte, e cioè le valli di Briga, Pezzolo, Itala, Alì e Fiumedinisi. La presenza in ogni tempo di persone e gruppi, soprattutto stranieri, che si addentravano nelle grotte del monte, generò infatti nelle popolazioni locali la convinzione che al suo interno si nascondessero preziosi tesori. La seconda ipotesi potrebbe derivare dal fatto che le grotte di Monte Scuderi nascondevano i tesori provenienti da piraterie o da rapine e furti da parte di briganti che poi trovavano qui riparo e difesa. Infine la nascita di leggende fu favorita anche dall’esistenza sull’altopiano sommitale di un vasto insediamento fortificato, identificato di recente con la città bizantina di Micos o Vicos. Così quanti in passato osservarono sul monte le tracce di questo sconosciuto centro, facilmente, passarono all’elaborazione di fantomatici tesori nascosti. Il patrimonio di maggior valore posseduto da Monte Scuderi è però sicuramente costituito dalla meraviglia della natura. Una natura viva che, attraverso il silenzio, è capace di suscitare nell’uomo un elevato senso di serenità e armonia.