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domenica 22 marzo 2015

Aci e Galatea




La leggenda che narra dell'amore tra Aci e Galatea testimonia l'esuberante ricchezza di sentimenti, la fantasia e la passione del popolo siciliano. 
Galatea (nome che deriva dal colore candido, latteo della sua pelle), figlia della divinità marina Nereo, è innamorata del pastorello Aci, figlio della ninfa Simeta e del dio Pan, signore dei boschi. Aci se ne sta tutto il giorno a pascolare le sue greggi tra i boschi dell'Etna, amoreggiando con la bella Galatea. L'idillio amoroso tra i due viene però drammaticamente interrotto dal ciclope Polifemo. Polifemo è a sua volta innamorato di Galatea e la vuole tutta per sè. Accecato dalla gelosia, quando si vede rifiutato da Galatea, decide di sfogare la sua ira sul povero Aci. Così lo insegue lanciandogli addosso enormi sassi fino a colpirlo a morte. Quando Galatea ritrova il corpo di Aci in una pozza di sangue inizia a piangere disperatamente. Le lacrime copiose si mescolano al sangue e creano un fiume che scorrerà verso il mare a simboleggiare l'eterno e puro legame tra Aci e Galatea. Si dice che nella zona di Capo Mulini sgorghi ancora oggi una pozza d'acqua rossastra.

Da questa leggenda derivano i toponimi dei numerosi borghi situati lungo la "Riviera dei Ciclopi" (Acireale, Aci Castello, Acitrezza, etc.).


lunedì 9 febbraio 2015

Etna e Tifeo

L'Etna nevosa, pilastro del cielo, 
nutrice dell'acuto inverno perenne
lo domina. Dal profondo sgorgano
purissime sorgenti di fuoco inaccessibile,
fiumi nel giorno che portano
flusso di fumo acceso, e la notte 
la fiamma rossa travolge pietre fragorose
verso la piana d'un profondo mare.
Queste immani fontane di fuoco suscita il drago.
Prodigio che stupisce chi lo vede,
e stupisce il racconto di chi lo vive.
Lo imprigionano il suolo e le vette dell'Etna nere di selva;
la giacitura irta strazia il dorso supino.


Pindaro, Pitiche, I, versi 36-53

La tradizione mitologica vuole che il vulcano Etna ricopra il terribile gigante Tifeo. Nello scontro tra Zeus e Tifeo, gigante dalle cento teste che sputa fuoco, quando Tifeo, che rappresenta il male, sembra aver sconfitto Zeus, il bene, la ninfa Aetna (figlia di Urano e Gea) vola addosso a Tifeo e lo seppellisce con il suo corpo, spingendolo sempre più verso la terra fino a farlo sprofondare. Quando Tifeo si infuria l'Etna sputa fuoco e la terra trema. Così credevano gli antichi abitanti della Sicilia,  giustificando i fenomeni naturali delle eruzioni vulcaniche e dei terremoti.

lunedì 7 febbraio 2011

Orione: il cacciatore stellare

Secondo la mitologia greca, Orione era un cacciatore gigantesco ed un formidabile architetto. Sulla sua nascita esistono diverse versioni. La più diffusa lo vorrebbe figlio del dio Nettuno e di Euriale, la figlia di Minosse. Un'altra versione sostiene invece che Orione fosse figlio di un contadino, un certo Ireo. Questi, dopo aver offerto ospitalità a Zeus, chiese in cambio di poter aver un figlio, considerato il fatto che la sua tarda età glielo impediva. Il padre degli dei disse allora ad Ireo di sotterrare la pelle di una giovenca sacrificata. Da questa, dopo un po' di mesi, nacque un bambino che venne chiamato Orione. Così come per la nascita, anche sulla vita e la morte di Orione esistono diverse versioni. Secondo alcuni Artemide uccise Orione per salvare le Pleiadi, sue accompagnatrici, inseguite da Orione che le voleva violentare. E sarebbe per questo che ogni notte il gruppo delle Pleiadi viene incalzato dalla costellazione di Orione. Secondo altri, Orione tentò di violentare la stessa Artemide che, per difendersi, gli scagliò contro uno scorpione che lo uccise colpendolo sul tallone. Per rendergli omaggio la dea trasformò lo scorpione in una costellazione che ancora oggi insegue eternamente quella di Orione. Così, mentre lo Scorpione sorge a Est, Orione fugge sotto l'orizzonte a Ovest.
Secondo la tradizione riferita da Diodoro Siculo (lib. IV, 85) il mito di Orione era molto diffuso nella zona dello Stretto di Messina. Si dice che il gigantesco eroe venne chiamato da Zancle, re della città che da lui prendeva il nome (l'attuale Messina), per costruirne il porto falcato. Inoltre in questa zona Orione contribuì alla formazione del promontorio Peloro, sul quale innalzò un tempio dedicato al padre, il dio del mare, Nettuno. Per queste ragioni, in seguito, i messinesi vollero fissare nel marmo il ricordo delle loro origini semidivine, dedicando ad Orione la splendida fontana, realizzata dal Montorsoli nel XVI secolo e collocata oggi accanto alla cattedrale della città.

venerdì 4 febbraio 2011

Colapesce: l'uomo-pesce

Un’altra leggenda che si collega allo Stretto di Messina e all’eterno desiderio di conoscenza dell’uomo, al suo bisogno di andare oltre ciò che è noto per scoprire l’ignoto è quella di Colapesce, il prodigioso pescatore messinese, abilissimo nuotatore, in grado di vivere a suo agio in mare come sulla terra. L’origine di questa storia risale, probabilmente, all’epoca di Federico II di Svevia e ne esistono diverse versioni. Di seguito vi riporto quella scritta da Italo Calvino nelle sue Fiabe Italiane:
"Una volta a Messina c’era una madre che aveva un figlio a nome Cola, che se ne stava a bagno nel mare mattina e sera. La madre a chiamarlo dalla riva:
- Cola! Cola! Vieni a terra, che fai? Non sei mica un pesce?
E lui, a nuotare sempre più lontano. Alla povera madre veniva il torcibudella, a furia di gridare. Un giorno, la fece gridare tanto che la poveretta, quando non ne poté più di gridare, gli mandò una maledizione:
- Cola! Che tu possa diventare un pesce!
Si vede che quel giorno le porte del Cielo erano aperte, e la maledizione della madre andò a segno: in un momento, Cola diventò mezzo uomo mezzo pesce, con le dita palmate come un’anatra e la gola da rana. In terra Cola non ci tornò più e la madre se ne disperò tanto che dopo poco tempo morì.
La voce che nel mare di Messina c’era uno mezzo uomo e mezzo pesce arrivò fino al Re (Federico II); e il Re ordinò a tutti i marinai che chi vedeva Cola Pesce gli dicesse che il Re gli voleva parlare.
Un giorno, un marinaio, andando in barca al largo, se lo vide passare vicino nuotando.
- Cola! – gli disse. – C’è il Re di Messina che ti vuole parlare!
E Cola Pesce subito nuotò verso il palazzo del Re. Il Re,al vederlo, gli fece buon viso.
Cola Pesce, – gli disse, – tu che sei così bravo nuotatore, dovresti fare un giro tutt’intorno alla Sicilia, e sapermi dire dov’è il mare più fondo e cosa ci si vede. Cola Pesce ubbidì e si mise a nuotare tutt’intorno alla Sicilia. Dopo un poco di tempo fu di ritorno. Raccontò che in fondo al mare aveva visto montagne, valli, caverne e pesci di tutte le specie, ma aveva avuto paura solo passando dal Faro, perché lì non era riuscito a trovare il fondo.
- E allora Messina su cos’è fabbricata? – chiese il Re. –Devi scendere giù a vedere dove poggia.
Cola si tuffò e stette sott’acqua un giorno intero. Poi ritornò   a galla e disse al Re:
- Messina è fabbricata su uno scoglio, e questo scoglio poggia su tre colonne: una sana, una scheggiata e una rotta.

O Messina, Messina,
Un dì sarai meschina!

Il Re restò assai stupito, e volle portarsi Cola Pesce a Napoli per vedere il fondo dei vulcani. Cola scese giù e poi raccontò che aveva trovato prima l’acqua fredda, poi l’acqua calda e in certi punti c’erano anche sorgenti d’acqua dolce. Il Re non ci voleva credere e allora Cola si fece dare due bottiglie e gliene andò a riempire una d’acqua calda e una d’acqua dolce.
Ma il Re aveva quel pensiero che non gli dava pace, che al Capo del Faro il mare era senza fondo. Riportò Cola Pesce a Messina e gli disse:
- Cola, devi dirmi quant’è profondo il mare qui al Faro, più o meno.
Cola calò giù e ci stette due giorni, e quando tornò su disse che il fondo non l’aveva visto, perché c’era una colonna di fumo che usciva da sotto uno scoglio e intorbidava l’acqua.
Il Re, che non ne poteva più dalla curiosità, disse:
- Gettati dalla cima della Torre del Faro
La Torre era proprio sulla punta del capo e nei tempi andati ci stava uno di guardia, e quando c’era la corrente che tirava suonava una tromba e issava una bandiera per avvisare i bastimenti che passassero al largo. Cola Pesce si tuffò da lassù in cima.
Il Re ne aspettò due, ne aspettò tre, ma Cola non si rivedeva. Finalmente venne fuori, ma era pallido.
- Che c’è, Cola? – chiese il Re.-
C’è che sono morto di spavento, - disse Cola. - Ho visto un pesce, che solo nella bocca poteva entrarci intero un bastimento! Per non farmi inghiottire mi son dovuto nascondere dietro una delle tre colonne che reggono Messina!
Il Re stette a sentire a bocca aperta; ma quella maledetta curiosità di sapere quant’era profondo il Faro non gli era passata.
E Cola: - No, Maestà, non mi tuffo più, ho paura.
Visto che non riusciva a convincerlo, il Re si levò la corona dal capo, tutta piena di pietre preziose, che abbagliavano lo sguardo,e la buttò in mare.
- Va' a prenderla, Cola!
- Cos’avete fatto, Maestà? La corona del Regno! - Una corona che non ce n’è altra al mondo - disse il Re.– Cola, devi andarla a prendere! - Se voi così volete, Maestà, – disse Cola - scenderò. Ma il cuore mi dice che non tornerò più su. Datemi una manciata di lenticchie. Se scampo, tornerò su io; ma se vedete venire a galla le lenticchie, è segno che io non torno più.
Gli diedero le lenticchie, e Cola scese in mare. Aspetta, aspetta; dopo tanto aspettare, vennero a galla le lenticchie.
Cola Pesce s’aspetta ancora che torni."
La leggenda vuole che Colapesce, giunto in fondo al mare, vide una delle tre colonne che sostengono il Capo Peloro quasi spezzata e decise allora di sostituirsi ad essa. Si dice che Cola sia ancora lì per tenere a galla la città di Messina e la parte nord-orientale della Sicilia.

mercoledì 2 febbraio 2011

Mostruosamente Stretto

Lo stretto di Messina è un luogo oltre confine, che “origina infinito”. Ed è lì dove il confine si fa meno netto che si insinua il mito, destabilizzando lo sguardo dell’uomo e spingendolo oltre la realtà, nel dominio dell’immaginazione.


Il mito che più caratterizza lo Stretto è quello di Scilla e Cariddi, metafora delle derive, dei vortici, degli approdi che ora mandano a fondo il viaggiatore, ora lo riportano a galla, avvinghiandolo sempre nelle spire dell’incertezza.
La prima descrizione dei terribili mostri del mito di Scilla e Cariddi la troviamo nell’Odissea di Omero: Scilla è un mostro atroce e spaventevole, che abbaia e ringhia orribilmente, localizzato su uno scoglio di una rupe alta cento metri nella punta calabra. E’ munito di dodici piedi e di sei colli smisurati, portanti ciascuno una testa mostruosa guarnita da un triplice giro di denti acuminati. Questo mostro antropofago  abita un’oscura caverna da cui sporge la testa cercando avidamente la preda. Fra le grinfie di Scilla muoiono sei compagni di Ulisse. Cariddi è l’altro orribile mostro, posto sotto il Promontorio Peloro, che tre volte inghiotte le acque del mare e tre volte le rigetta creando immensi vortici d'acqua.
Cariddi è la mostruosità del mare, Scilla i rischi della terra, la maledizione di una principessa che si riverbera su quanti osano oltrepassare una via senza via”.
La leggenda narra infatti che Scilla fosse una ninfa stupenda che si aggirava per le spiagge dello Stretto. Di lei si innamorarò Glauco, un dio marino metà uomo e metà pesce. Scilla però rifiutò la corte di Glauco e così questi chiese aiuto a Circe, senza sapere che anch’ella a sua volta era innamorata di lui. In seguito al rifiuto di Glauco, la maga decise di vendicarsi di Scilla preparando una pozione che la trasformò in un orrendo mostro. Dopo la trasformazione, Scilla si nascose in un antro presso la costa calabra dello Stretto di Messina scaraventando le navi sulla costa durante le tempeste e divorandone i marinai. Chi riusciva a sfuggire alle sue grinfie veniva preso dal mostro Cariddi che inghiottiva navi e marinai per poi vomitarli con orrendi muggiti.
Secondo la leggenda greca, Cariddi, figlia di Gea e Nettuno, aveva un'indole estremamente vorace e fagocitava tutto ciò che le capitava a tiro. Così, dopo aver rubato ed ingurgitato i buoi di Ercole, per punizione venne fulminata da Giove e trasformata nel pericoloso gorgo dello Stretto di Messina, che si aprì come effetto del fulmine scagliato dal padre degli dei. 

"...E' mostruosità assoluta, impassibile e spietata. Quella posta ai due lati dello Stretto, nel passaggio obbligato, nel confine tra la vita e la morte, la natura e la cultura, in quel canale ribollente, in quell'utero tremendo di nascita o di annientamento: Scilla e Cariddi...Una metafora diventa quel braccio di mare, quel fiume salmastro, una metafora dell'esistenza: lo stretto obbligato, il tormentato passaggio in cui l'uomo può perdersi, perdere la ragione, imbestiandosi, o la vita contro lo scoglio o dentro il vortice di una natura matrigna, feroce; o salvarsi, uscire dall'orrido caos, dopo il passaggio cruciale, e approdare...nell'Itaca della realtà e della storia, della ragione e degli affetti.
Metafora di quel che riserva la vita a chi è nato per caso nell'isola dai tre angoli: epifania crudele, periglioso sbandare nella procella del mare, nell'infernale natura; salvezza possibile dopo tanto travaglio, approdo a un'amara saggezza, a una disillusa intelligenza." 
V. Consolo - "L'olivo e l'olivastro"

Qui e qui due link per approfondire l'argomento.

martedì 1 febbraio 2011

Capo Peloro: tra terra e mare


Il nostro viaggio in Sicilia ha inizio dalla  zona di Capo Peloro o Punta Faro, estremo lembo nord-orientale dell'isola e luogo seducente, sempre immerso in una luce straordinaria, dove terra e acqua si confondono, e che racchiude in sé l’essenza del viaggiare. Capo Peloro si distende sul mare, nel punto in cui si incontrano e si scontrano da un lato lo Ionio e dall'altro il Tirreno. I vari miti (Colapesce, la Fata Morgana, Scilla e Cariddi) rendono Capo Peloro, con lo Stretto di Messina, il simbolo del bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che è noto, di immergersi nell’ignoto, di dare sfogo all’irrequietezza che alimenta lo spirito del viaggiatore, affrontando i pericoli e le insidie che, per molto tempo, hanno reso incerta la sorte dei viaggiatori che transitavano per questi luoghi.
L’origine del toponimo Peloro rinvia immediatamente al mito. La tradizione sostiene infatti che Peloro derivi dal nome di un gigante che abitava questa zona. Da qui al toponimo Peloro venne assegnato il significato di immane, gigantesco, mostruoso. Alcuni storici antichi affermano invece che il nome Peloro, abbia avuto origine dal nome del nocchiero di Annibale, che venne ucciso dal generale cartaginese per sospetto di tradimento quando lo stesso Annibale, giunto in prossimità dello Stretto di Messina, pensò ad una trappola, avendo l'impressione di penetrare in un golfo senza uscita. Quando però più tardi si accorse del fatale errore fece erigere una statua in onore della sua vittima e gli intitolò il promontorio. 
La tradizione viene però smentita, in quanto il promontorio Peloro aveva questo nome già prima della venuta di Annibale in Italia. Così lo chiamano anche Aristotele e Tucidide, scrittori vissuti in epoca anteriore al comandante cartaginese. Sembra infatti che Peloro non fosse nient'altro che il gigante Orione, altro personaggio mitologico legato al territorio messinese e di cui si parlerà più approfonditamente nei prossimi post.